Convegno e conferenze
Varese, Ville Ponti - Villa Andrea: 14 e 15 Maggio 2011.
Austria Felix. Prima dell’Italia.
Il Risorgimento. 150 anni di retorica?
Italia: nazione o espressione geografica?
L’Italia oggi, a 150 anni dall’unità
Varese, Ville Ponti - Villa Andrea
Sabato 14 Maggio 2011 ore 10:00
Austria Felix. Prima dell’Italia.
INTERVENTI:
- Austria felix
Quirino Principe (Università di Roma Tre)
- L’Insubria e il Lombardo-Veneto prima dell’unità
Paolo Gulisano (saggista)
- Lombardi e Veneti nell’esercito Austriaco
Alberto Costantini (storico)
MODERATORE: Paolo Petiziol (Presidente dell’Associazione Mitteleuropa)
La storia della compagine imperiale asburgica – nevralgica per le vicende dello spazio
mitteleuropeo e intimamente connessa anche con quelle italiane ed insubriche in
particolare – è stata raramente affrontata in modo esaustivo ed unitario: anche se il
materiale bibliografico è vastissimo (e si è anzi accresciuto negli ultimi anni a ritmo
vertiginoso), esso rende omaggio quasi soltanto a due direttrici che ne riducono
notevolmente la possibilità d’uso da parte di chi voglia avere un’idea complessiva di un panorama così articolato: da un lato infatti si ricostruiscono gli sviluppi relativi alle singole unità politiche e alle diverse etnie di quel mosaico, con il rischio di
perdere di vista l’insieme; dall’altra, anche negli studi più saldamente incentrati su
Vienna, si resta suggestionati da quello che Claudio Magris ha definito “il mito asburgico”, ci si muove cioè in una favolosa foresta dei passi perduti, tra le ombre di Francesco Giuseppe e della Principessa Sissi sapientemente evocate da Joseph Roth
in romanzi come “La marcia di Radetzky” e “La cripta dei Cappuccini”, finendo con il dar conto soltanto di un’atmosfera, certo splendida e struggente come si addice ad ogni tramonto ma incapace, proprio in forza della sua carica di suggestione emotiva,
di favorire la ricostruzione puntuale degli eventi.
Fenomeno di unità nel rispetto della molteplicità unico nella storia del Vecchio
Continente, conservatore nei valori di riferimento e nell’assetto patriarcale dei
rapporti sociali, ma progressista nelle realizzazioni amministrative e lungimirante sul
piano delle riforme e dell’efficienza organizzativa, tanto da meritarsi l’appellativo di
“dispotismo illuminato”, l’Impero asburgico è innanzitutto un modello (e in un’ottica
siffatta intendiamo ripercorrerne in questa sede le vicende salienti), per quell’Europa
che, sperimentata sulla propria pelle l’impostura del giacobinismo patriottardo e dei
nazionalismi di derivazione ottocentesca, con la loro strutturale inadeguatezza nel
fronteggiare le sfide poste dalla Modernità, è percorsa oggi un po’ ovunque da fremiti
separatisti (si pensi ai casi paradigmatici delle Fiandre, della Bretagna o dei Paesi
Baschi) e riscopre il valore delle piccole patrie carnali, vivendo una ritrovata vocazione federalista che, paradossalmente, trova nell’idea d’Impero lasciata in eredità dagli Asburgo la propria sublimazione.
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Varese, Ville Ponti - Villa Andrea
Sabato 14 Maggio 2011 ore 14:30
Il Risorgimento. 150 anni di retorica?
INTERVENTI:
- Patrioti o briganti? La resistenza anti-italiana nel sud Italia
Pietrangelo Buttafuoco (giornalista e saggista)
- La Chiesa e l’unità d’Italia. Da Porta Pia a Benedetto XVI
Francesco Agnoli (storico)
- Il ruolo della Massoneria nel processo di unificazione
Claudio Bonvecchio (Università degli studi dell’Insubria)
MODERATORE: Pasquale Martinoli (giornalista de La Prealpina)
Chiunque abbia letto o anche solo sentito parlare di un romanzo celebre come “I
Vicerè”, ricorda certamente la battuta che Federico De Roberto mette in bocca a uno
dei personaggi principali, il Duca di Oragua, deputato della Destra storica al neonato
parlamento di Torino e maestro di clientelismo: “Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo
fare gli affari nostri”. Questa cinica parodia della frase di Massimo D’Azeglio, nella
sua icasticità, è divenuta proverbiale: la si è assunta come il motto programmatico
del trasformismo opportunista, considerato un vizio costitutivo della nuova Italia,
congenito alle stesse modalità di sviluppo del moto risorgimentale.
Con buona pace dei suoi tardivi corifei attuali che si sperticano in professioni di fede
unionista tanto esibite e chiassose da risultare sospette, il Risorgimento italiano è
stato un fenomeno tutto sommato marginale nel contesto complessivo dell’Europa
moderna, frutto della convergenza tra le esigenze strategiche delle Potenze straniere –
Inghilterra e Francia su tutte – e le beghe da cortile delle classi dirigenti nostrane: il
coreografico tripudio di tricolori sapientemente orchestrato da Cavour e avallato da
Casa Savoia, faceva da sfondo all’alleanza tra un’aristocrazia priva di mezzi
economici ma bramosa di potersi sottrarre al tribunale della Storia conservando
inalterati i propri privilegi e lo stile di vita inimitabile che da essi derivava ed una
borghesia occhiuta, avida ed intrallazzona, dotata in massimo grado di “virtù”
eminentemente pratiche, per la quale il denaro, il potere e la promozione sociale
erano tutto. In questi centocinquanta anni la storiografia ufficiale, tacendo sulle
vicende più o meno grandi di quanti si opposero a questo patto scellerato – ma la
verità, come diceva Carl Schmitt, per i vincitori è un dettaglio spesso trascurabile - si
è ostinata a presentare il processo di unificazione come un percorso obbligato, un
radioso destino al quale le genti della Penisola erano chiamate, secondo la retorica
tipicamente ottocentesca, come condizione necessaria e sufficiente per uscire
dall’oscurantismo dell’Ancien Régime. In realtà il deficit di inefficienze,
inadeguatezze, provincialismo e corruzione che affligge l’Italia affonda le proprie
radici storiche nelle fasi di formazione dello Stato unitario e nel carattere forzato ed
artificioso di questo processo. Ammetterlo è innanzitutto un atto di onestà
intellettuale.
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Varese, Ville Ponti - Villa Andrea
Domenica 15 Maggio 2011 ore 10:00
Italia: nazione o espressione geografica?
INTERVENTI:
- Esiste l’Italia?
Romano Bracalini (giornalista e storico)
- Risorgimento: psicanalisi dell’Italia
Elena Bianchini Braglia (Presidente centro studi sul Risorgimento e gli Stati Preunitari)
- L’Italia vista dagli altri
Norman Gobbi Vais (Consigliere di Stato del Canton Ticino)
MODERATORE: Angelo Crespi (giornalista)
Alessandro Manzoni, nella celebre poesia “Marzo 1821” definiva l’Italia “Una d’arme, di
lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor”. Ma fu davvero così? Se ci si prende la
briga di guardare oltre il manto dell’ufficialità risorgimentale si scopre che, alla vigilia
della breccia di Porta Pia, fatta eccezione per l’hortus conclusus degli studi letterari,
l’italiano era una lingua sconosciuta ai più: nessuno lo parlava correntemente al di fuori
della Toscana; nella comunicazione quotidiana tutti usavano il proprio dialetto, la lingua
dei rapporti internazionali era il francese, mentre il mondo ecclesiastico prediligeva l’uso
del latino. Solo con la proclamazione del Regno d’Italia, nel 1861, l’italiano è stato
imposto, per decreto, nelle scuole, nelle caserme e negli uffici e l’uso dei dialetti negletto
come sinonimo di analfabetismo, combattuto e relegato all’ambito domestico. Quanto poi
all’unità d’altare, la natura antireligiosa del moto risorgimentale è fin troppo nota ed
evidente perché questa affermazione non suoni smaccatamente retorica: il Risorgimento
è stato anzi uno dei rarissimi casi, forse l’unico, di unificazione politica condotta contro
la religione popolare dominante, motivo di una frattura tra lo Stato e la Chiesa che si
sarebbe ricomposta solo con i Patti Lateranensi del 1929.
L’Italia “una d’arme, di memorie, di sangue e di cor” richiede un poderoso sforzo di
fantasia per essere definita, non fosse altro per il fatto che, nella sua storia lo spirito
localista e municipale, mescolato e spesso esacerbato dalle passioni di parte, ha sempre
avuto il sopravvento su qualunque empito unitario: l’Italia ha anzi espresso il meglio di
sé, sia sul piano politico che culturale, proprio nel periodo dei liberi Comuni, gelosissimi
custodi delle loro autonomie e franchigie contro ogni tentativo d’ingerenza da parte del
potere centrale e nell’epoca d’oro delle Signorie e delle Repubbliche marinare, quando
Firenze, retta con mano ferma da Lorenzo il Magnifico, sebbene in perenne guerra con le
città vicine, era un faro di civiltà per tutto il mondo civile e i galeoni con il leone della
Serenissima solcavano i mari aprendo nuove vie commerciali lungo rotte inesplorate,
mettendo le proprie armi al servizio della lotta contro i Turchi. L’artificiosa creatura del
conte di Cavour ha posto fine a tutto questo, dando vita, come ha scritto Dostoevskij, ad
un “piccolo regno di second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale, (…) un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, giacché è
un’unità meccanica e non spirituale, e per di più pieno di debiti non pagati e soprattutto
soddisfatto del suo essere regno di second’ordine”. Viene da chiedersi se Metternich non
avesse ragione nel constatare amaramente che l’Italia non è altro che un’espressione
geografica.
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Varese, Ville Ponti - Villa Andrea
Domenica 15 Maggio 2011 ore 14:30
L’Italia oggi, a 150 anni dall’unità
INTERVENTI:
- Centralismo o Tradizione? 150 anni dopo, un problema ancora aperto
Adolfo Morganti (Presidente dell’associazione Identità Europea)
- Padania, Italia o Europa?
Gilberto Oneto (saggista)
MODERATORE: Andrea Mentasti (giornalista e direttore del quotidiano on-line InInsubria)
Centocinquanta anni sono un lasso di tempo sufficientemente lungo per poter guardare alle vicende del processo di formazione dello Stato unitario con il distacco e la serenità necessari a trarre un bilancio, riflettendo sui fatti di allora senza manicheismi ma anche senza ipocriti silenzi. Il dubbio amletico che affiora spontaneo alle labbra è: l’Italia sarebbe oggi migliore se il Risorgimento non avesse avuto luogo? Qualcuno certamente dirà che la Storia non si fa con i “se” ma siccome, bastian contrari per definizione, siamo convinti che la differenza fondamentale che intercorre tra il cronista e lo storico consista essenzialmente nel fatto che quest’ultimo esprime un giudizio sui fatti, giudizio che è giocoforza soggettivo, vogliamo toglierci lo sfizio di soppesare meriti e demeriti dello Stato unitario, lasciando poi, come avrebbe detto Cicerone, “ai posteri l’ardua sentenza”.
Certo è che l’Italia unita non ha fatto tesoro dei livelli di eccellenza registrati dagli Stati preunitari specie nel campo amministrativo e fiscale, limitandosi ad estendere a tutta la Penisola il “modello” piemontese, che non era il più avanzato allora, il che ha costituito un difetto, per così dire, genetico, una sorta di tara originaria che ha condizionato i successivi sviluppi del Regno d’Italia. Sul piano economico la pur timida propensione al liberalismo della quale Cavour si era fatto inizialmente promotore, è stata sacrificata sull’altare di uno statalismo cronico, le cui disastrose conseguenze sul livello di competitività internazionale del nostro sistema economico sono ancora oggi evidenti, aggravando e non appianando le già rimarchevoli differenze economiche tra Nord e Sud. Una soluzione confederale, improntata al modello della zollverein tedesca, molte volte ipotizzata ma mai applicata di fatto per lo scarso interesse piemontese, avrebbe invece garantito gli interessi di tutte le parti contraenti senza favorirne una soltanto, come invece è accaduto – almeno inizialmente – a vantaggio dell’industria settentrionale. Altra nota dolente, strettamente connessa alla natura assistenziale dello Stato, è poi quella della corruzione, che se è certo connaturata all’uomo e tipica di ogni tempo e luogo, in Italia ha il nefasto privilegio di essere stata eretta a sistema, con una fittissima ed inestricabile ragnatela di favoritismi clientelari e connivenze, sfociata nelle recenti vicende di tangentopoli. Di certo non sappiamo se le cose sarebbero andate diversamente se Garibaldi non si fosse incontrato a Teano con Vittorio Emanuele II, ma se questo è il desolante panorama scaturito dal Risorgimento non possiamo che esclamare a gran voce “Viva Radetzky!”
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